in fondo a destra c'è il cesso. e io cerco in fondo, sempre, ma a sinistra.

giovedì, 19 novembre 2009
oltranzista e estremista

cazzo quanto mi piaceva discutere con te. credo che non mi sia mai piaciuto con nessun altro allo stesso modo. avrei potuto continuare per ore, e avrei dovuto continuare per sempre. c'era il piacere di sentire un'opinione diversa, di argomentare, di sostenere una tesi anche contraria alle mie convinzioni pur di andare avanti in quel modo. tu che mi spiegavi, perché tu eri sempre informata o credevi di esserlo. io che ascontavo e poi ti dicevo le mie perplessità semplici, alla ricerca della logica ovvia. la logica è sempre ovvia, il resto sono le seghe mentali di chi vuole essere dalla parte della ragione a tutti i costi, e si attacca anche ad argomenti fuori luogo.

alla giustizia non interessa se sei uno scrittore o un poveraccio, e l'accertamento della verità non compete ai giornalisti, ai politici, e nemmeno a me. tre gradi di giudizio devono essere sufficienti a dire che battisti è colpevole. e i colpevoli devono scontare la giusta pena. mettere in discussione una condanna è come mettere in discussione un sistema giuridico: o lo fai per tutto, o non lo fai per niente. troppo comodo stare dalla parte della giustizia contro berlusconi, e poi dire che battisti deve essere libero. e non mi si facciano distinguo sul periodo storico, sul ravvedimento, sulla nuova vita, su zorzi che è libero in giappone. il fatto che zorzi dovrebbe essere in galera e non ci sia non significa che non debba andarci battisti. non si corregge un errore con un altro errore, una mancanza con un'altra mancanza.

ce l'ho ancora lì quel libro, e non l'ho ancora letto dopo cinque anni. è rimasto per tre anni a guardarmi con quella faccia sgranata in bianco e nero, troppo giovane perché fosse vero quel che si diceva di lui. ora che è un paio di guance scavate, ora che torna alla ribalta perché serve una vittoria, ecco ora è il momento di leggerlo. tornerò a dire se mi avrà fatto cambiare idea, ma tanto cambiare idea non serve a cambiare le cose. sono passati cinque anni e siamo ancora fermi a discutere sul marciapiede, fuori dalla metropolitana davanti al prestinaio, con un giornale e un libro in mano.
io sono sempre un figlio di puttana, tu sei sempre un senso di colpa.


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lunedì, 16 novembre 2009
ho la faccia come il culo

ho un impegno con il rospo che mi scopa, ma forse mi pacca perché sono soltanto un riempitivo. allora quando mi invitano a una festa di complenano dico di sì, poi quando vedo che c'è oltranzista con la ex allora dico di forse, così faccio la figura di quella che se la tira perché ha un casino di cose da fare e nessuno penserà che sono una sfigata che non sa dire di sì ne di no, non ha le palle per prendere un impegno. certo, nessuno penserà che ho il coraggio di prendere una decisione e mantenerla, ma chissenefrega, l'invito viene da una che ho visto due volte sole in vita mia, l'ultima quasi un anno fa, per cui tanto danno non può farmi. basta non rischiare di restare sola con me stessa, avrei tempo per pensare e accorgermi che non ho il coraggio di vivere.


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venerdì, 13 novembre 2009
legge oltranzista

articolo uno. silvio berlusconi nato a milano il ventinove settembre millenovecentotrentasei non può essere processato per nessun reato commesso finora, a patto che si levi dai coglioni definitivamente.

fanculo la costituzionalità, si chiama limitazione del danno.


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mercoledì, 11 novembre 2009
in fondo al barile

trascinato da cause esterne e dalla superficialità del passato, sto ripassando il blog come fosse una lezione saltata. alla ricerca eterna del tempo perduto, vado a leggere cosa ho scritto tempo fa. e come mi aspettavo, ricordo ma non capisco. ricordo perché ho scritto certi post, cosa me li ha fatti venire in mente, ma non ne capisco più il significato. letto oggi mi sembra tutto un bluff, un farsi bello di pensieri profondi e costrutti iperbolici per stupire (chi, poi), insomma un'operazione di marketing senza un prodotto da vendere. ma forse è solo un'impressione data dalla totale mancanza di argomenti che provo ora. dopotutto sarebbe idiota ripetermi in un posto come questo. e non mi è chiaro se la mancanza di argomenti che nascondo scrivendo emerite cazzate (qualcuno si ricorda il famoso ch. prof. Emerito Stronzo?) sia dovuta alla scarsa attenzione che sto prestando a questo luogo, o viceversa. fatto è che leggo cose scritte un anno fa e penso "però". scrivo adesso e mi accorgo che farei tanto bene a evitarlo.
una volta pensavo che quando uno smette di scrivere fosse perché non ne ha più bisogno. ora so che è perché non ha più niente da dire. e chi non ha niente da dire, parla di sé stesso.


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basta poco

basta poco per fermare la testa, per smettere di correre dissennatamente avanti e indietro come un cocker impazzito. basta lasciarla correre in avanti, toglierle il guinzaglio da pittbull, quello con le punte dentro, e liberarla. il bello della testa è che fa tutto da sola, con solo un po' di collaborazione dalla pancia. lavora quell'immaginazione con dovizia di particolari, e dimentica tutto il resto, tutte quelle distrazioni che prima considerava come fondamentali, unici motivi per cui esistere e pensare.
lasciamola libera di correre, teniamo il collare penzulo dalla mano. prima o poi si stancherà e tornerà a sognare inutilmente vicino al caminetto, e potremo di nuovo metterglielo al collo.


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martedì, 10 novembre 2009
la suora di scorta

dopo tre anni ancora se ne ricorda, il prete. e questa volta ha deciso vigliaccamente di non venire di persona, ma di mandare la cavalleria. devo trovare qualcosa da fare, stasera. oppure potrei appendere questa foto sulla porta...


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lunedì, 09 novembre 2009
niente meno della perfezione

l'immaginazione è quella cosa che si attacca a un buco della serratura, vede un tortellino e crea una venere dall'ombelico perfetto. è quella cosa che sa dove andranno quelle strade infinite dopo essersi incrociate nella perfezione. un attimo prima quelle strade erano un groviglio inestricabile, che non portava da nessuna parte se non al centro di sé stesso. impossibile fermarla, l'immaginazione, impossibile che non studi percorsi altrettanto perfetti, perché nulla di meno ci si può aspettare dall'esattezza, che altre comparabili esattezze. e io questo sognare lo voglio, ne dipendo: quando manca, manco io e non me ne accorgo nemmeno, della mia assenza. mi scrollo di dosso le ragnatele pensando a mondi puliti e nuovi. è una droga di illusione, che mi tiene in piedi. immagino mondi fantastici e non so scegliere in quale vorrei vivere. e corro nella direzione della fantasia più che della speranza, perché non ho bisogno di quei mondi, ma forse solo di sognarli.

vedo gli amici ancora sulla strada
loro non hanno fretta
rubano ancora al tempo l'allegria
all'alba un po' di notte
e poi la luce, luce che trasforma
il mondo in un giocattolo


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domenica, 08 novembre 2009
non mi ero accorto di non esserci

che qualche volta ci si distrae, si lascia passare il tempo e gli umori, e non ci si accorge che quello che succede lo fa da solo, senza di sé. poi serve uno scossone, qualcosa di insolito o inatteso: una due cavalli che passa, un errore di battitura, un verdeacqua illuminato raso dal sole che tramonta sotto i portici. i portici sono una cosa strana, quando sono davanti al mare è come se gli mancasse un pezzo, un difronte. la gente sta sotto i portici e davanti non vede altri portici, palazzi, negozi, chiese, piazze. no, vede una banchina, una bitta magari con qualcuno seduto sopra, gomene abbandonate in attesa di gallocce da stringere, e l'infinito orizzonte. quello che ti fa capire che la terra è una palla, che stai rotolando come un cagnolino da circo, e puoi correre quanto vuoi ma la palla continuerà a girare per conto suo, dandoti il senso del tempo. anche se tu non guardi, anche se non ci sei. per questo poi te ne accorgi, perché quando poi ti rendi conto che non c'eri, capisci anche che la terra ha continuato a rotolare lungo la linea del tempo, ora è dall'altra parte del sole e ne vede il lato opposto, e devi tenerti forte per arrivare di nuovo dall'altra parte, spostarti attraverso il mare e riprendere a camminare, fuori dai portici e lungo la banchina.


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giovedì, 05 novembre 2009
post dedicato

vorrei vederti mentre lavori, mentre sei in quel momento in cui decidi che ecco, adesso. quando le linee della decisione e del caso si intersecano inconsapevolmente, e sei tu ad accorgertene, a premere il pulsante o a toccare la corda o a passare la punta sulla carta e lasciare un segno. dietro quel segno si possono immaginare mondi fantastici, un'infinità di strade che hanno portato a quella creazione, che in quel momento sembra l'unica possibile, e per questo ancora più importante. io invece voglio vederti essere e creare quel momento, voglio conoscere l'unica vera storia di quel punto o di quello scatto. non per rubare la tua arte, no. per capire quello che lì non si vedrà mai, e di cui mai potrò chiederti una spiegazione.


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mercoledì, 04 novembre 2009
solo un altro pugno di sabbia

anche io sto scappando, e non so nemmeno io da cosa. ma lo faccio nei sogni e nei gesti, qualcuno dice anche negli sguardi. quel nonsisacosa che mi porto dietro e che solo poche persone vedono, e di quelle poche, ancora meno si chiedono cosa sia. alcune mi guardano con un angolo della bocca sollevato, altre un po' storto come a dire guarda che così non va bene. altre con un accenno di tristezza, in un vano tentativo di farmi sentire compreso.
non è quello che cerco, non mi interessa. scapperò anche io nella stessa direzione, inutile come un granello di sabbia nel deserto.
nel deserto non c'è vita, forse è per quello che mi attira tanto. montagne di sabbia finissima, che si spostano sospinte dal vento, lente ma inarrestabili. ogni granello minuscolo una volta era un sasso, una conchiglia, un grumo di terra fertile. ora è lì, leggero ed eterno. in fuga anche lui.


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lunedì, 02 novembre 2009
tutte le età in cronaca

bambina, 11 anni. ragazzo, 31 anni. donna, 41 anni. uomo, 45 anni. ragazza, 11 anni. uomo, 28 anni.
come se l'età fosse fondamentale per definire un autore o una vittima di un delitto. come se l'età facesse parte della colpa, o del danno. del misfatto. perché l'età è l'unico parametro che ci accomuna tutti. abbiamo avuto quell'età, abbiamo la nostra, ne avremo un'altra. ci paragoniamo, ci identifichiamo. io a 11 anni. io a 31 anni, io ho 41 anni, pensa. aveva la mia età. io a 45 anni sarò un potenziale assassino, essendo sfuggito ai rischi dei 31? io a trentun anni ero sposato, lavoravo e mandavo curriculum (non rompete i coglioni, le parole straniere non si declinano al plurale, e per me il latino è straniero) per cambiare lavoro e guadagnare di più, mica facevo lo spacciatore. ah ecco, è quello. io sono stato più bravo. quell'altro ha cinque anni meno di me eppure guarda quanto guadagna, cosa combina, sicuramente ha fatto qualcosa di losco. l'altro invece ne ha venti di più, io sono ancora in tempo per non finire così o per farcela anche io. così giovane, così vecchio. è questa, la smania di sapere l'età della cronaca? immaginarci sdraiati nudi su un letto soffocati in bagno schiantati contro un platano rinchiusi in una gabbia schiacciati da una jeep lanciati nel cosmo seduti catatonici a guardare la nostra vita per sottrazione dalle altre. siamo quello che rimane, il resto del conto.


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sabato, 31 ottobre 2009
la sintesi è il risultato di una profonda analisi

se è importante, devi riuscire a dirlo in dieci parole.


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domenica, 25 ottobre 2009
il senso della vita (la vita, l'amore e le vacche)

devo fermare questa mia deriva ecologista. mi sono già preso del militante, sto ricevendo consigli su come diventare vegano e al capodanno celtico l'odore della carne grigliata mi ha dato fastidio. ieri mi è pure cascato l'occhio su un libro vagamente a tema, e non ci ho pensato un secondo prima di comprarlo. sono preoccupato per la mia integrità mentale. perché poi succede che i pensieri si ingrossano, un po' come quella volta con a., seduti sulle sdraio in spiaggia, di notte, che stufi di contare le stelle cadenti ci mettemmo a calcolare la velocità con cui cadevano. ovviamente non ricordo il risultato.
insomma per salvare il mondo bisognerebbe estinguere il genere umano, si diceva tempo fa. l'utopia di arrivarci smettendo di procreare è affascinante e irraggiungibile come tutte le utopie, ma ormai ho sopito il mio desiderio di paternità sotto la convinzione di essere troppo anziano per essere un padre giovane, quindi non mi costa nulla aderire al progetto. ma che dire dell'istinto animale della procreazione? è veramente quello il senso della vita? generare nuovi membri della specie, ed educarli a far parte della società? se così fosse, io sono un ramo secco, un individuo inutile. la cosa non mi sconvolge affatto. dopotutto la specie umana non è diversa dal muflone di montagna, o dal toporagno. mangia per vivere, vive per procreare. ma non credo che il contributo principale sia quello biologico. dna, per intenderci. s. diceva che la famiglia è quell'insieme di persone che condividono l'obiettivo di rendere indipendente un nuovo individuo entro i sedici anni. credo che avesse stabilito il termine sulla base dello sviluppo fisico. sedici, diciotto poco importa. è lo scopo, che mi interessa. il contributo alla società. una società può migliorare solo se l'educazione impartita ai suoi nuovi membri è volta al suo miglioramento, e non a quello del singolo individuo. il benessere della comunità contro il benessere del singolo. in pratica quello che conta non è il dna che mischi, ma cosa fai con il suo risultato.

girando per le metropolitane di londra cercavo di immaginare quale intrigo complicato di tubi ci fosse sotto la città. questo tipo si è preso la briga di pensarci per me.


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sabato, 24 ottobre 2009
dopo arie

cinque motivi per cui non andrò a votare alle primarie:
1 - non sono un elettore del pd. non sono democratico, sono comunista.
2 - le primarie servono a eleggere il segretario del partito, o il candidato alla presidenza del consiglio alle prossime elezioni? in poche parole, per cosa dovrei votare?
3 - votare un candidato/segretario sarebbe come voler decidere come dev'essere un partito. voi ditemi come lo volete fare, poi alle elezioni io vi dico se mi piace o no.
4 - votare bersani per sperare che ciccio si levi dai coglioni è allettante, ma non è un motivo sufficiente.
5 - la pubblicità delle primarie è questa. una molletta da bucato con sopra scritto "ci tengo". non ho parole.


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venerdì, 23 ottobre 2009
blue planet

triste come un concetto anche importante, se ripetuto in tutti i modi possibili, si svuoti di significato e diventi pura retoria, o immagine, o forma.
prendi l'ecologia.
fanne uno spettacolo. luci, musica, canto, danza, acqua, video. inglese italiano francese e spagnolo mischiati insieme (perché il tedesco no?)
io lo so che è importante. lo so che stiamo mandando a puttane il mondo. l'ho già detto e lo confermo che l'uomo si dovrebbe estinguere per salvarlo. dopotutto sarebbe la fine di una specie sola per salvarne altre migliaia.
però alla fine era solo uno spettacolo fantastico. e il messaggio si perde nella retorica.


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mercoledì, 21 ottobre 2009
e invece non lo sono

se fossi un ciclista, mi allenerei regolarmente invece di andare a fare delle pedalate
se fossi un fotografo, saprei creare fotografie, invece di fotografare quello che vedo
se fossi uno scrittore, saprei inventare storie, invece di scrivere solo quello che penso
se fossi un uomo, saprei... ma questa è un'altra storia

if I were a swan, I'd be gone
if I were a train, I'd be late
if I were a good man, I'd talk with you more often than I do


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martedì, 20 ottobre 2009
il signor l. (no, non dovevo partorire)

entrando nella nostra stanza, il signor l. era nervoso. lo nascondeva dietro un sorriso, di quelli che solo i vecchi riescono a mostrare. si guardava intorno con curiosità, affidandosi completamente alle infermiere. credo che si sentisse rincuorato dalla scoperta di essere il secondo, almeno quanto io lo ero per essere il primo. io perché non volevo aspettare, lui perché questo gli permetteva di vedere cosa sarebbe successo, prima che toccasse a lui.
riconosco che mentre mi portavano giù - chissà perché le sale operatorie sono sempre nei sotterranei - mi veniva da ridere, a vedere le porte che si aprivano contro la testata del letto, gli orologi delle corsie che mi scorrevano sopra la testa, e soprattutto quando in sala operatoria, prima dell'anestesia, mi hanno attaccato a una macchina che faceva ping!



la paura rende le persone chiacchierone, e il signor l. non ha fatto eccezione. certe volte anche quando volevo riposare, o leggere, lui trovava qualcosa da dirmi. ma non è stato mai fastidioso, mi raccontava che lui è nato e cresciuto a sesto, e la sua famiglia è di sesto da tutte le generazioni che lui ricorda. non è molto anziano, il signor l. avrà forse settant'anni, ma mi ha ispirato tenerezza fin dall'inizio, con gli occhi azzurri e aquosi e il sorriso sempre pronto. ci siamo dati del lei per due giorni, ma mi parlava come a un figlio. mi parlava del suo intervento come di un mistero, non ha avuto nemmeno il coraggio di chiedere in cosa sarebbe consistito. in pratica ne sapevo io più di lui. del mio invece non sapeva proprio niente, non aveva mai sentito parlare di un disturbo così comune. quando gli hanno detto che l'avrebbero trattenuto un giorno in più, per via della pressione alta, ha sorriso e e ha detto va bene. perché i medici sanno come funziona il corpo umano, ha detto. e si è messo a ragionare con me di come voleva fare per capire come mai la pressione gli era salita. non nascondeva la paura, ne parlava e ci faceva i conti serenamente.

oggi l'ho incontrato di nuovo, eravamo in ambulatorio ad aspettare di farci medicare e togliere i punti. abbiamo fatto due ore abbondanti di coda, insieme. mi ha parlato di suo padre imprigionato dai fascisti, delle sue simpatie comuniste, di quando si faceva mandare le riviste dalla russia per sapere com'era lassù. di come non gli piace il calcio e di quanto ami il ciclismo. quando gli ho detto che faccio i viaggi in bicicletta si è illuminato, era felice di parlarne, ha chiamato la moglie per raccontarle. poi quando ci siamo salutati, dopo la medicazione, è stato quasi commovente. la consapevolezza di non vedersi più faceva durare in eterno quella stretta di mano, forte e sincera. prendi due persone che non si conoscono, mettile in una stanza e aprigli la pancia, e se c'è un minimo di appiglio si creerà un legame tanto intenso quanto breve.

il bello degli anziani è che sono sull'elenco del telefono.

fu proprio là, nella corsia di un ospedale
che aprii gli occhi e vidi un letto accanto al mio
il primo giorno si ha una sensazione spiacevole e volgare
e i piccoli disagi non fanno bene al cuore


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domenica, 18 ottobre 2009
regola di vita n. 41

avere quarantuno anni non è un buon motivo per non fare quello che avresti dovuto fare già a trentaquattro

regole di vita
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sabato, 17 ottobre 2009
tot metri di catena

mi piace contare le gocce d'acqua che scendono sul vetro del cortile, quando piove. qui dove vivo non c'è molto da fare, quando piove. non ci sono cinema, non ho amici che abitino vicino e che possano venire a trovarmi per giocare in casa. e comunque il babbo non me lo permetterebbe, no. allora resto alla finestra del retro, quella che dà sull'aia, e guardo la pioggia che batte sul vetro, e conto le gocce che, una volta piene e pesanti, scendono giù correndo a zig-zag, come per raggiungere le altre goccioline in attesa di essere portate giù.
dall'altro lato dell'aia c'è il fienile, e sotto il fienile c'è il ricovero dei trattori. quando piove mi piacerebbe andare a giocare tra le enormi ruote delle macchine, sentirne l'odore di olio e polvere bagnata, sentire il profumo del fieno che un po' si inumidisce, e il battere della pioggia sul tetto del fienile. ma il babbo non mi lascia, quelle sono le sue macchine e il fatto che lui non le stia usando perché piove non è un buon motivo per trasformarle in giochi. so che non è preoccupato che io mi faccia male, ma solo che non gli rompa qualcosa.
a metà tra la finestra della cucina e il fienile c'è il cane. è un vecchio cane, non so quanti anni abbia ma ne ha sicuramente più di me, perché è sempre stato lì e nei miei primi ricordi era già adulto. ha il pelo di un colore indefinito, la mamma dice che è il colore del can che scappa, anche se io non l'ho mai visto scappare da nessuna parte. forse il colore è quello perché è sporco di terra e di fango. il cane non ha nemmeno un nome, il babbo lo chiama così: cane. perché è quello che è, né più né meno. per il babbo dare un nome al cane sarebbe come dare un nome all'aratro. ma se vuoi indicare l'aratro non dici fido, o ringo, o flash. dici aratro. e per indicare il cane, è questo che devi dire: cane. il cane fa il cane, e tanto basta.

quando piove, come oggi, il cane resta fermo al centro dell'aia, si acciambella su se stesso e mette la punta del muso sotto la coda, perché così l'acqua non gli entra nel naso e lui non affoga. resta immobile, con gli occhi chiusi, ad aspettare che spiova. solo quando qualcuno attraversa l'aia, di corsa sotto la pioggia, il cane si alza e corre come un forsennato verso il ricovero degli attrezzi, come se solo in quel momento si ricordasse che lì non piove, ma quando arriva a un passo dall'asciutto si blocca di colpo e fa un mezzo giro su se stesso, per aria, perché ha il collo bloccato dalla catena. la catena ha la lunghezza esatta per impedire al cane – o forse dovrei dire “a cane”, visto che cane è il suo nome – di andare sotto la tettoia, o di entrare in cucina, o di entrare nelle stalle che stanno sulla destra, o di uscire dall'aia dal lato aperto, a sinistra. ci sono giusto quel tot di metri di catena che bastano a tenere il cane in un cerchio inscritto nel quadrato dell'aia. è così che ho imparato quella lezione di geometria, a scuola. così il cane si blocca, lancia un guaìto, e torna al centro dell'aia, ad acciambellarsi con il naso sotto la coda. a me dispiace quando lo vedo fare così, perché lui vorrebbe essere libero di andare all'asciutto, e ogni volta che corre è come se si fosse dimenticato di essere legato con la catena al collo.

cane il cane sa che è stato il babbo a legarlo in quel modo, e per questo non gli vuole bene e cerca di morderlo quando attraversa l'aia. nemmeno io gli voglio bene, perché anche a me il babbo impedisce di andare a giocare tra gli attrezzi quando piove. e perché non mi fa uscire dal cortile se non quando vuole lui, o quando devo andare a scuola. e perché non mi fa giocare col cane, dice che è pericoloso. in realtà non è vero, perché quando il babbo è nei campi e io non sono a scuola, io ci vado a giocare col cane. così io mi diverto, faccio un dispetto al babbo e faccio dimenticare al cane di essere legato. io la catena non ce l'ho, ma se faccio dispiacere al babbo lui mi tira gli schiaffi, una volta che mi ha sorpreso a inseguire per gioco una gallina fin sotto l'aratro mi ha dato uno schiaffo così forte che la guancia mi ha bruciato fino all'ora di cena. allora a me sta simpatico cane il cane, perché mi sento anche io come se avessi la catena al collo, e perché anche io non voglio bene al babbo.

oggi che piove il babbo è in osteria, perché nei campi è tutto fango e non si può lavorare. la mamma è uscita per andare a servizio dai padroni, e io sono rimasto solo in casa. e mi annoio. vorrei andare a giocare tra gli attrezzi, ma lo so che il babbo se ne accorgerebbe, perché non sarei capace di lasciare tutto come l'ho trovato, e lui se ne accorgerebbe. però posso fare un dispetto al babbo. sì, è una buona idea, così impara a mettere la catena a me e a cane. allora apro la porta della finestra che dà sull'aia, corro sotto la pioggia fino al riparo degli attrezzi e poco importerà se il babbo se ne accorgerà. nell'angolo dietro l'erpice ci sono le catene, quelle che servono ad attaccarlo al trattore per spaccare le zolle dopo che si sono seccate al sole, dopo l'aratura. a me l'erpice ha sempre fatto un po' paura, con tutte quelle punte. sembra un antico strumento di tortura. a scuola ci hanno raccontato delle torture che venivano fatte una volta a chi non voleva andare in chiesa a pregare, o a chi parlava male dei preti o del papa. prendo una delle catene, è pesante ma ce la faccio a trascinarla, piano piano fino al centro dell'aia. il cane mi fa un po' di feste, ma poche perché con la pioggia nemmeno lui ha voglia di giocare. mentre il cane mi guarda incuriosito io apro il moschettone che unisce la catena del cane all'anello conficcato nella dura terra dell'aia. lo attacco a un capo della catena dell'erpice, e l'altro capo lo attacco all'anello con uno dei moschettoni che si usano per attaccare la catena all'aratro. ora i tot metri di catena del cane sono un po' di più, giusto quei due metri in più che servono. il cane è abbastanza grosso e forte, non avrà problemi a tirarsi dietro quel po' di peso in più.

prima di tornare in cucina mi tolgo con cura il fango dalle scarpe, mi dispiacerebbe che la mamma dovesse pulire il pavimento per colpa mia. sto sempre attento a non far dispiacere alla mamma, perché quando lei torna da servizio mi bacia e mi coccola come se non mi vedesse da giorni, e ogni tanto i padroni le danno delle caramelle, per me.
mi rimetto alla finestra, guardo il cane e nell'attesa che torni il babbo mi rimetto a contare le gocce, che colano giù lungo il vetro, ingrossandosi man mano che scendono.


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mercoledì, 14 ottobre 2009
troppo tempo per pensare

ho l'impressione che quando si torna a casa dall'ospedale ci si senta peggio. un'ora fa ero nel lettuccio che pensavo di non vedere l'ora di venire via di lì, ora sono nel lettone (quello per gli ospiti, che l'altro è troppo rasoterra e non riuscirei ad alzarmi) e penso che tutto sommato là stavo meglio. il dolore era giustificato dal luogo di degenza, l'indecenza del pigiama era una normalità a cui infermiere e gli altri internati facevano meno caso di quanto ne faccia io, adesso, nella mia solitudine.
e non accetto di riconoscere che il problema sia la solitudine: dopotutto cosa cambia tra adesso e una qualunque domenica di ignavia? nulla, tranne il tempo che passa tra il desiderio di fare qualcosa (anche solo accendere la radio) e l'inizio del gesto conseguente, e per finire con il suo termine. alzarmi mi costa dolore e fatica, e rimando quanto più possibile. col risultato che aspetto troppo prima di andare in bagno, e quando mi decido mi sembra di avere una mongolfiera sgonfia invece della pancia. s. dice che dovrei fare tutto a letto (tutto, sì, anche cagare) perché fa più infermo. ma io detesto fare l'infermo se non ho qualcuno che faccia l'infermiera. preferisco l'indipendenza, l'accidia per scelta e non per costrizione. sì, stupida indipendenza e orgoglio.

(continua)


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martedì, 06 ottobre 2009
il cazzo di cochise

non è che abbia paura, né che non lo voglia fare. anzi, un po' di riposo, così a poco più di un mese dalle ferie, a metà strada tra l'estate e i ponti di dicembre, ci può anche stare bene. confido in almeno una settimana spaparanzato, senza pensieri tranne quello di non fare sforzi. l'unico problema è che mi impressiono. vorrei che fosse come il meccanico: gli dai le chiavi, non capisci un cazzo di quello che fa ma alla sera torni, prendi la macchina, paghi e torni a casa contento. quello mette le mani nella pancia della macchina, se le sporca di sangue, si lascia cadere la chiave inglese sul piede e bestemmia, magari ne combina di tutti i colori ma tanto tu non lo saprai mai perché non ci sei, vedi solo il conto alla fine (nemmeno quello, la macchina è aziendale e paga la mutua). io sono quello che è svenuto dal veterinario, e poco conta se il cane ci stava lasciando le penne o quantomeno una zampa, avrei dovuto essere lì a dare una mano invece di andare in terra ed essere un problema in più. ecco io vorrei dormire per il tempo che serve, poi risvegliarmi in un lettuccio senza sapere cosa è successo nel frattempo. c'è chi dice ma non hai paura di non svegliarti più? andiamo, vi sembra possibile? non è l'anestesia il problema, di quelle ne fanno migliaia ogni giorno. io sono quello che non guardava er medici perché si impressionava, figurarsi se posso stare lì a sentir dire bisturi...
sta di fatto che ormai è tutto outsourcing: una volta mi ricordo che si entrava in ospedale, il primo giorno ti facevano una valanga di esami, il secondo ti preparavano, il terzo ti squartavano e poi si restava lì ad aspettare la processione delle visite... ora no, si fa tutto fuori: usi questo sapone disinfettante per farsi la doccia, mangi così e così, si depili così e colà. ecco stamattina mi son divertito a provare questa nuova esperienza. solo un pezzetto per provare se il pelapatate funziona anche per i piselli, solo che poi mi è rimasto a metà, un po' depilato e un po' no. come un mohicano. un uomo depilato è veramente brutto. lo so, chissenefrega, ma non vedo l'ora che questa storia sia finita, ecco.


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domenica, 04 ottobre 2009
dono esagerato

troppa sintesi


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giovedì, 01 ottobre 2009
l'inventore di nodi

nessuno si era mai chiesto chi li avesse inventati. non i nodi semplici, da bambini, quelli che li stringi e sai già che per scioglierli dovrai tagliare. nodi che gli uomini usavano da millenni, che facevano parte delle loro vite e dei loro lavori come il camminare, parlare, muovere le mani. nodi che uomini di tutto il mondo facevano ormai senza guardare il movimento delle loro stesse dita, e che insegnavano agli apprendisti e ai nipoti come la necessità più fondamentale della loro vita futura. nodi per navigare, nodi per pescare, nodi per assicurare carichi.
lui faceva scorrere la corda fra le dita prima di cominciare. ne saggiava l'elasticità, la durezza, la rigidità. sentiva i legnoli, da che parte erano ritorti, di che fibra erano fatti. una volta erano le donne che, mentre i mariti erano lontani, raccoglievano le erbe dalla riva del fiume, e ne facevano chilometri di cime. pronte per il viaggio successivo, a sostituire quelle ormai consumate dall'uso, diventate pericolose. a questo pensava, prima di inventare un nuovo nodo: alle dita che prima delle sue avevano creato la cima, o la corda a seconda dell'uso. nodi per cavalcare, nodi per cacciare, nodi per torturare.
era da tutta la vita che li creava. non quelli semplici che esistevano da sempre, ma quelli più complessi, specializzati. un nodo per ogni scopo, uno scopo per ogni nodo. il nodo perfetto era quello che svolgeva la sua funzione, che teneva perfettamente finché non si decideva di scioglierlo, e in quel momento si scioglieva in un attimo, senza fatica. vedeva che gli uomini avevano un problema, e lui lo risolveva con un nodo. nodi per arrampicare, nodi per legare, nodi per costruire.
si era convinto che tutti i problemi del mondo si potessero risolvere con il nodo adatto. dal più semplice al più complesso, purché fosse possibile ripeterlo, insegnarlo a qualcuno e scioglierlo. lasciarlo libero di diffondersi per il mondo, senza chiedere nulla in cambio, senza nemmeno l'orgoglio di dargli il proprio nome. poi gli uomini pensarono che i nodi esistenti ormai fossero sufficienti, con l'illusione che ormai i problemi futuri non sarebbero stati altro che combinazioni di problemi già risolti, e cominciarono a dimenticare i nodi che lui aveva inventato. credettero di saper trovare da soli altre soluzioni, senza più fare ricorso ai nodi. fu allora che lui smise di aiutare il mondo, e di inventare nodi. nodi per impiccare.


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martedì, 29 settembre 2009
regola di vita n. 24 km/h

il cavo del freno si rompe quando più ne hai bisogno

regole di vita
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domenica, 27 settembre 2009
ritorno al mondo

ora ho capito quando tutto è cominciato, o meglio quando è finito. da quando non posso più leggere i blog dall'ufficio. la finestra sul mondo che mi è stato insegnato a usare si è chiusa, io ho fatto spallucce e ho guardato il muro, convinto che fosse un'altra finestra, solo un po' meno luminosa. ancora una volta il mondo ha continuato a girare, e io sono rimasto fermo a contemplare la sua immagine statica, impressa sulla lastra della mia rétina (sì, mi piace mettere gli accenti alle parole sdrucciole). finché non arriva qualcuno fosse anche solo uno scuotimento, ad aprire quella finestra, e mi accorgo che ci sono cose nuove, facce nuove, o che le facce vecchie si sono spostate avanti, hanno fatto strada, sono nuove. ricomincio a correre, a prendere ripetizioni per arrivare preparato almeno a settembre.


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mercoledì, 23 settembre 2009
a sangue freddo

per la prima volta ho in mente qualcosa di cui scrivere. voglio solo aspettare che i fatti, quelli che hanno creato in me il desiderio di farlo, si allontanino abbastanza da essere neutri, asettici. fatti puri. m. vuole pagarmi un corso di scrittura, ma a me non interessa. non voglio essere scrittore né giocare a esserlo. non ho un racconto quotidiano o settimanale, non so inventare storie. ho solo quello che penso e che vedo e che provo e che vivo, ed è veramente poco rispetto a quello che vedo e che penso e che vivo e che provo. che senso avrebbe inventare storie quando ne esistono così tante, quando la realtà è reale. non c'è nulla da inventare, e l'invenzione sarebbe comunque incompleta.
non puoi pensare nulla che da qualche parte al mondo, da qualcuno, non sia stato già commesso.


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domenica, 20 settembre 2009
la donna ideale

la mia donna ideale è alta. ha le spalle larghe. legge, va in bici ed è di sinistra (e crede che queste tre cose, in qualche modo che non ha ancora capito, siano collegate). la mia donna ideale si guarda intorno con curiosità, le piace conoscere gente nuova, posti nuovi e idee nuove. alla mia donna ideale piace parlare, discutere, ascoltare. barattare pensieri e opinioni. alla mia donna ideale piace il mare, il vento, la neve, il sole, la pioggia. le piace avere gente in casa, camminare a lungo in città sconosciute e contemplare paesaggi a perdita d'occhio. si sveglia presto al mattino, e ha voglia di fare cose in compagnia, o di non fare nulla, ma sempre in compagnia.
strano. vuoi vedere che la mia donna ideale sono io?


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giovedì, 17 settembre 2009
io, tutti, uno solo

la maglietta dice che novecentonovantanove su mille non ce la fanno. io non lo so se ce l'ho fatta, probabilmente non ce la farò. a fare cosa, ancora non mi è chiaro ma la sensazione è che ormai poco importi. quello che importa è il sogno, signori. non che milioni di persone finanzino lo stato (lodevole attività se fatta con coscienza) e che magari per questo si rovinino, ma che uno ogni sei mesi vinca cento milioni di talleri. e soprattutto, che tutti gli altri sognino. sognino, signori! sognino! perché è il sogno che tiene buone le masse, non le brioches, non il lavoro, non la giustizia, non la libertà. il sogno! e allora chissenefrega se quarantacinquemila non sanno dove andare, se gli tolgono le tendopoli perché così si dimostra che non ci sono più e quindi non servono (lampante caso di inversione di assioma), se le splendide ville vengono date a pochi fortunati... gli altri sognino! si contentino di sognare che un giorno tocchi a loro, e non si preoccupino se quel giorno non è vicino, o nemmeno lontano. chissenefrega se la scuola non gli insegna niente e tantomeno a lavorare, chissenefrega se il lavoro che avranno sarà l'insicurezza fatta professione, chissenefrega se non avranno certezze né carte da giocare, l'importante è che vedano che uno, anche uno solo, ce l'ha fatta, e che soprattutto sognino di farcela anche loro, pur senza sapere a far cosa, pur dando via il culo senza niente in cambio, pur senza accorgersi che non ce la faranno mai.

uno si preoccupa del bene di tutti
un altro si preoccupa del bene proprio
il terzo si preoccupa del bene di uno solo, e poco importa se è un altro.


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martedì, 15 settembre 2009
3D

cervello regista mette immagini in fila dissolvenze buio primi piani sigle musiche odori ruvidità calore grana.
cuore spettatore guarda vede annusa ascolta si culla sogna crede capisce entra è trasporto è nulla è un battito che salta. giugulare si ostruisce è un attimo un piccolo vuoto un lieve dolore.
cervello cambia film. cuore applaude.


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lunedì, 14 settembre 2009
(dis)tolto

quello che non ho ancora capito è quanto vale la pena comunicare le proprie decisioni, invece di metterle in pratica direttamente. probabilmente non serve, non ce n'è bisogno. perché aprire una discussione sterile, quando la strada è segnata (e la spada che la difende)? e non è nemmeneno il bisogno di essere rassicurato, o distolto: solo di dire ecco, sto per fare questo. il motivo è mio, non sento il bisogno di spiegarlo, non voglio scuse, non cerco vendette, non dispenserò perdoni, non devo nulla, nulla mi è dovuto. questo lo so già, e tanto mi basta. adieu.


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blog manifesto

non pensare di aver capito, perché hai capito male.
non mi chiedere spiegazioni, perché non te le darò.
se vuoi capire qualcosa su di te, fai pure. ma non troverai risposte, qui.
leggi in punta di piedi.

chiamo le cose con il loro nome e dico le parolacce.

non leggo e non linko su richiesta.

quello che ho imparato finora

se non capisci, prova qui:

in fondo a

foto
libri
video
musica
saranno famosi (ma non serviranno a nessuno)

paraurti posteriore

basta!

io non mi abituo!



resistenza laica

va di moda dirlo

questo blog non rappresenta un bel niente.

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