in fondo a destra c'è il cesso. e io cerco in fondo, sempre, ma a sinistra.

venerdì, 03 luglio 2009
metapost

il momento peggiore per uno che si annoia è quando si rende conto di essere annoiato. è come uno scemo che si accorge di essere scemo. un matto di essere matto. un obeso di essere obeso. (un presidente del consiglio di essere ladroputtanierecorruttorepedofilo?)
ecco, sul blog mi annoio. una volta ne leggevo un sacco e ho pure conosciuto gente parecchio interessante. ora leggicchio, guardo i preferiti e ci clicco sopra più per abitudine che per interesse. non riesco a capire se sono io che non riesco più a trovare qualcosa di nuovo, o se tutto il mondoblog è diventato noioso senza dirmelo, e io me ne sono accorto oggi. credo che l'interesse per le cose dipenda dall'energia che ci si porta dentro, dalle fessure che si riescono a calafatare. e più le fessure si aprono in falle, più la mente diventa vorace, vuole di più e prima, ma non trattiene niente. e io mi annoio. mi serve qualcosa di solido, di concreto, di pesante come un'emozione.


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giovedì, 02 luglio 2009
on the run

che anno era, non ricordo. era inverno, però. subito prima di natale. faceva freddo, la bottiglia messa a raffreddare sul davanzale della corsia d'ospedale si stappò di botto, brindando da sola. se sapessi che anno era, con una semplice sottrazione saprei quanto mancava. nella mia cabala personale quanto mi manca. poi potrei liberarmi del fardello e ricominciare a viaggiare leggero.

in questo periodo ho la fissazione del viaggio. mi piace il concetto stesso, di viaggio. è quello che fa la differenza tra muoversi a parigi in bicicletta o in metro. in metro sei veloce, ti sposti da A a B (che A e B siano montmartre e la tour eiffel o il parc de la villette e place del vosges è ininfluente) in un attimo, vedi la metro e la gente annoiata, ed esci a destinazione. poco più che un teletrasporto. minimizza il tempo, massimizza l'efficienza. la bici lo fa diventare un viaggio: puoi perderti, puoi fermarti, puoi scoprire cose nuove e incrociare volti di gente sconosciuta, che non rivedrai mai e a cui magari sorridi. puoi vedere un cordone di polizia che rinchiude un gruppo di sans-papiers, o una folla colorata in attesa del gay pride. puoi addirittura mangiare qualcosa, bere una birra, guardare il culo di quella che ti pedala davanti, o nella scollatura di quella che incroci, in bici. succede qualcosa, tra A e B. e se ti abitui, non ti annoierai in treno, perché mentre la famiglia casinista si lamenta che non ne può più del viaggio, mentre è il resto del vagone che non ne può più di loro, tu passi il viaggio a guardare fuori, a leggere, a parlare con chi ti è accanto e a scoprire il mondo dei pendolari sentimentali, che lavorano a torino ma hanno l'amore a lione, e ogni tanto passano il fine settimana a parigi. all'arrivo c'è chi dice finalmente, e chi dice arrivederci, buona fortuna, buona vita. l'esatto contrario del teletrasporto. imparate a godervi il viaggio, comunque esso sia, perché tra la partenza e l'arrivo ci sia una vita intera da vivere. la vita è un viaggio, fate qualcosa di importante intanto che viaggiate.


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mercoledì, 01 luglio 2009
stato di calamità

per me la dice lunga, la fretta nel dire che si ricorre allo stato di calamità. viene automatico da aggiungere naturale, per abitudine, anche quando di naturale non c'è niente. non i binari, non i vagoni, non il gas. come in abruzzo: stato di calamità, lì sì naturale. subito a dire stanzieremo i fondi, ricostruiremo. come se il disastro fosse dovuto a qualche caso imprevedibile, a un entità maligna che gioca con la vita della gente, al destino.
il destino, ecco. ci siamo abituati a questo, siamo uno stato di destino e non di responsabilità. anche nelle piccole cose: una multa, per esempio. quante volte ho sentito dire "che sfiga, ho preso una multa". sfiga? è sfiga superare i limiti? è sfiga parcheggiare in divieto? no, è una scelta. è una contravvenzione alle regole, è una responsabilità assunta. ed è giusto che se ne paghino le conseguenze.
e invece siamo assuefatti al destino. ora il merito è diventato il saper reagire al destino, non avere l'orgoglio e la forza di far valere i propri diritti e quelli altrui. io avrei voluto sentire qualcuno che dicesse: identificheremo i colpevoli, li puniremo e gli faremo ricostruire le case così com'erano, risarcire le vittime e i parenti, rimborsare le spese di bonifica. no, è molto più comodo appellarsi alla calamità, perché la gente si abitui ad alzare gli occhi al cielo, e a non accorgersi della melma su cui poggia i piedi. viviamo in uno stato di calamità.


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martedì, 30 giugno 2009
incredibile

ora che vedo di nuovo splinder dall'ufficio, non ho più un cazzo da dire.


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domenica, 28 giugno 2009
cattiverie

se sei un personaggio dello spettacolo è una sfiga morire lo stesso giorno di uno più famoso di te.


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giovedì, 18 giugno 2009
regola di vita n.33

se hai il dubbio che sia il barattolo del pepe, non annusarlo.

regole di vita
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venerdì, 12 giugno 2009
un anarchico in bicicletta

ormai qui ci scrivo talmente poco che due settimane di assenza potrebbero anche passare inosservate. forse ogni tanto passo a sparare qualche cazzata, ma il resoconto del viaggio lo faccio sull'altro blog, quello da viaggio. chi mi conosce lo conosce, gli altri chiedano lumi. (sono fatto così, che ci volete fare).


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giovedì, 11 giugno 2009
la fiera delle banalità (post ubriaco, ma meglio così)

che è difficile non mentire a se stessi. lo so da una vita, e ancora faccio fatica. e ancora mi sconvolgono le persone che non vogliono guardarsi dentro, e vedere come sono davvero. anche io mento a me stesso, lo ammetto. ma so di farlo, so perché lo faccio, so perfettamente cosa mi voglio nascondere e cosa non voglio affrontare, perché non ne ho il coraggio. perché sarebbe troppo doloroso ammetterlo, perché non c'è soluzione. è lì, e lì lo lascio. quello che mi urta sono le persone che chiedono consigli cercando da altri una soluzione che può essere solo dentro di loro. che fanno sillogismi iperbolici, funambolismi logici tra amicizie e amori, che pensano che per non commettere errori in futuro basti capire quali sono gli errori del passato. sì, dico a te. te lo dico qui perché qui ci siamo conosciuti, perché chi sa lo sa solo perché gliel'hai detto tu e non io, perché il mondo del blog è un mondo irreale, io non sono reale e non lo sei nemmeno tu, non illuderti. non sei tu il mio problema, non hai mai avuto il lusso di essere un problema per me. io i problemi li risolvo pedalando, sui pedali non scappo ma cerco, mi stacco da quello che penso di pensare, e comincio a pensare veramente. io li risolvo così, io rispondo così alle mie domande. o forse non rispondo, ma almeno ho il coraggio di andare a farmele.


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giovedì, 04 giugno 2009
due è il numero perfetto

due. non so fare a meno del due. vado al super a comprare un pacco di tortellini (sì, quelli sottili con dentro il ripieno di carne che per ognuno che metto nel brodo un'altro lo mangio crudo), e ne prendo due. mi serve lo yogurt? due. ho finito il dentifricio? due. non lo so perché, ma sono un affezionato del due. in ogni posto di lavoro mi sono portato a letto due colleghe. mai una, mai tre. due. se faccio una cazzata la ripeto, prima di capire la lezione. ripeto tutto. mi ripeto sempre. lo so che mi ripeto. sarà che mi piace il due. non so fare a meno del due. vado al super a comprare un pacco di tortellini (sì, quelli sottili con dentro il ripieno di carne che per ognuno che metto nel brodo un'altro lo mangio crudo), e ne prendo due. mi serve lo yogurt? due. ho finito il dentifricio? due. non lo so perché, ma sono un affezionato del due. in ogni posto di lavoro mi sono portato a letto due colleghe. mai una, mai tre. due. se faccio una cazzata la ripeto, prima di capire la lezione. ripeto tutto. mi ripeto sempre. lo so che mi ripeto. sarà che mi piace il


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martedì, 02 giugno 2009
mi piace fare cose che non vorrei fare mai

è uno stato di tensione continua, quello della ballerina che deve accompagnare ogni movimento con un gesto di grazia. condannata per tutta la vita a non camminare mai, ma a mettere un piede avanti all'altro con cadenza studiata, prima la punta un po' in fuori e poi basta, il tallone resta sempre sospeso. è un avanzo di ambizione frustrata, automatismo appreso troppo presto che non vuole dimenticare. ricordare cosa avrebbe voluto essere e non è e non sarà mai. anche girare il polso per guardare l'ora, non è da comune mortale. è una torsione acompagnata dallo svolazzo delle dita, come un comune mortale non potrebbe mai fare. anche il pianto diventa melodrammatico, il sogno di una vita di studio, la morte del cigno di ÄŒajkovskij. mi chiedo quale movenza teatrale accompagnerebbe il movimento della ballerina nel preciso istante in cui l'auto che guida si andasse a schiantare contro un tir carico di putrelle di cemento che saltasse la corsia dell'autostrada per un improvviso colpo di sonno del conducente.

inutile che cerchiate un nesso tra il post e il titolo: non c'è.


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giovedì, 28 maggio 2009
regola di vita n. 2B

non stropicciarti gli occhi se hai una matita in mano.

regole di vita
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lunedì, 25 maggio 2009
senza rabbia

che poi la cosa di per sé è anche piacevole, se è spontanea. non ho idea di cosa sia, la spontaneità. nel mio antico e imperfetto modo di vincere la timidezza, è fare le cose con il dubbio che siano sbagliate, ma non pensarci abbastanza da avere il tempo di fermarsi. un po' come seguire una macchina a sessanta all'ora in discesa, e intraversarsi con la ruota dietro bloccata quando si ferma di botto all'ultimo tornante. è così che tutti i se e i ma passano in secondo piano. forse ci vuole intelligenza a non chiedere perché, o forse basta un po' di stupidità. in ogni caso, è bello che sia successo così. ci saranno altre occasioni.


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giovedì, 21 maggio 2009
cervello a pedali

tutto sommato cosa me lo impedisce? cosa rischio, cosa perdo? mi posso voltare dall'altra parte, posso non guardare non ascoltare. posso anche far finta di ridere. posso fare altro. posso anche non farlo più. insomma: perché no?
alla fine è sempre la bicicletta che fa vedere le cose nel modo giusto.


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lunedì, 18 maggio 2009
ora basta

ci dovrebbe essere una legge, quantomeno di quelle dell'universo, che imponga di mettersi in coda per morire. vuoi morire? no, devi aspettare un po', perché oltranzista si è appena ripreso dall'ultima botta. tipo aspetta qualche mese, facciamo sei se sei anziano, anche un anno o due se invece sei giovane. invece la legge non c'è e la gente muore quando cazzo gli pare, e non è giusto perché poi rischia di sovrapporsi, di perdere importanza anche quando ne ha tanta. l'importanza è quella cosa che non si misura con la frequenza con cui ci si vede, nemmeno con quante volte ci si vede in tutto. perché bastano poche volte, per sapere che a una persona si vuole bene, che mancherà. mancheranno il piglio deciso e la giusta irascibilità tipiche di chi ne ha passate nella vita, da sapere che nulla di quello che ancora gli potrà capitare potrà smuoverlo. la solidità. da bambino, la prima volta che ricordo di averlo visto (ma sicuramente non era la prima che lui vedeva me), mi diede la mano come a un adulto, avevo sette anni. quella mano era una tenaglia, forte di sofferenze e decisioni prese. mancherà la testa tonda e pelata, da balcanico, la mascella potente e lo sguardo fiero, in perenne contrasto col suo essere comunista. per questo, l'ho saputo solo un mese fa, per questo era andato in campo di concentramento: perché suo padre aveva ospitato un dirigente partigiano; una staffetta venne catturata e non resse alle torture. li mandarono tutti a buchenwald, tutta la famiglia. ai lavori forzati, a scavare in miniera. lui scappò, degli altri non si seppe più niente. sapevo solo che portava ancora le piaghe del filo spinato, sulla schiena. per fare esercizio, fino a pochi anni fa correva un'ora al giorno. un'ora esatta, senza orologio. poi basta.


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giovedì, 14 maggio 2009
per chiarezza

linquilino che si era portato la fidanzata senza dire niente. se ne va e lascia la stanza una fogna, che quattro ore non sono bastate alla santadonna a renderla abitabile. ora mi accorgo che si è portato via pure mezza startbox. e tutto tranquillo mi dice che è stata una svista. una svista un cazzo. una svista non mi lascia il pavimento infestato di formiche. una svista non mi lascia le stoviglie incrostate della merda che hai mangiato per un anno e mezzo. una svista non fa sparire due portachiavi (ma dico almeno l'anellino di ferro con cui te le ho date, le chiavi, ti costava tanto rimettercelo?). una svista non mi scheggia un mobile senza nemmeno dire scusa. che poi basta parlare, dico io. parla. invece parlare non va di moda, meglio fare finta di niente, finta di non capire, finta che tutto sia sottinteso, salvo alla fine dire ma io avevo capito che. no, tu aspettavi che io capissi da solo quello che tu non hai avuto il coraggio di dire. e poi magari recriminare che sono io quello che non capisce, quello che non vuole, quello che fa mancare, quello che non dà. io do, cazzo. io do eccome. e in cambio non chiedo niente, solo che si abbia il coraggio di chiedere.


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mercoledì, 13 maggio 2009
movimento fisso

è una meraviglia, l'aria che scorre nei capelli e massaggia la faccia. il mondo che ti si muove veloce accanto, lo guardi e ti sembra un altro, come non l'avevi mai visto. vedi la vita da una prospettiva diversa, anche quella degli altri. gli occhi sono fissi ma non si fermano mai, è tutto il resto che si muove, e tu ci sei dentro, veloce. è un conto alla rovescia senza lo zero, senza numeri che diano un'idea di quanto manca. una sensazione di infinito e di leggerezza. ci stai da dio, non ci pensi nemmeno che possa avere una fine perché l'assoluto non può mai finire.
fin qui tutto bene, pensò quello mentre precipitava dal grattacielo.


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martedì, 12 maggio 2009
come ogni primavera

non è per il fatto di pagare, che tanto quello lo si mette in conto da subito, e poi non devo nemmeno pagare perché in realtà ho già pagato. è proprio il fatto di dovermi mettere lì a concentrarmi per quella mezz'ora. sapere già in partenza che sclererò perché mi mancheranno dei pezzi e altri non li capirò. e quelli che non troverò sono sotto il naso (astenersi facili battute) ma li cercherò per ore in tutta la casa, rovesciando i cassetti come un ladro per niente gentiluomo. mi prenderà la depressione e cercherò qualcosa di alcolico per sedarla e dimenticare la mia idiozia. e ormai sono vent'anni e ancora mi fa quest'effetto, che piuttosto preferirei un anno di mestruazioni, invece che dover fare la dichiarazione dei redditi.

ok, la cazzata l'ho sparata, vado a piangere sul foglietto verde.

(ah, già: valdesi)


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lunedì, 11 maggio 2009
un passo dopo l'altro

sì, devo passare le alpi. per arrivare a parigi in qualche modo bisogna attraversarle. e visto che non ci vado in mare, devo salirci sopra. no, non prenoto. sì, vado da solo. no, non mi sento solo. ci sono abituato, e ci sto bene. e poi mica vado nel deserto: ci sono i cellulari, c’è internet, due chiacchiere con qualcuno si possono sempre rimediare, e quando non si rimediano è l’occasione buona per pensare un po’ ai cazzi propri. possibile che le domande siano sempre le stesse? no, non ho paura. di cosa dovrei avere paura? ho paura solo di quelli come voi, che non sono capaci di creare da sé nemmeno le proprie paure, e se le fanno insegnare da altri. avete rinunciato a vivere, a non sapere cosa farete domani. vivete tutto l’anno con l’illusione della libertà delle vacanze, e vi lasciate schiavizzare dalla loro certezza. io deciderò all’ultimo momento se andare, per dove passare, dove fermarmi. e anche così mi sento troppo protetto, troppo in un bozzolo caldo e asciutto: il peggio che mi possa capitare è un’infiltrazione di acqua nella tenda, e non mi sento ancora messo abbastanza in gioco. mi prendete per un pazzo, e io ancora mi sento troppo simile a voi. anche la mia è solo un’illusione, ma almeno me la vado a cercare. il viaggio è iniziato, per la vacanza ci sarà tempo.


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giovedì, 07 maggio 2009
il bello, il brutto, l'idiota

il problema è che trovo il bello ovunque, ed è una gran sfiga. in ogni persona, in ogni luogo, in ogni situazione dimentico quello che mi dà fastidio, il brutto, e vado a cercare cos'ha di bello. perché il bello c'è sempre, chetticredi. basta andare a cercare i motivi delle cose, anche uno stronzo ha una giustificazione, una causa, un motivo. perché se uno è stronzo non è detto che lo sia per scelta, magari è solo perché ha vissuto, gli è stato insegnato, ha avuto degli esempi, chessò. e io vado a cercare di capire quelli. e se lo è per scelta, mi chiedo quali siano i motivi. prima di emettere un verdetto, giustifico, sì. e non mi interessa che una persona intelligente debba avere la capacità di superare le cause della sua stronzaggine ed essere meno stronza: quello viene dopo. prima c'è la comprensione. forse è solo perché spero che verso di me si abbia la stessa indulgenza, o perché spero di trovarla io stesso per me stesso. per questo mi fido finché non lo prendo nel culo. per questo non capisco, non mi adeguo a chi pretende di poter dire di non fidarsi di una persona conosciuta appena. ricordati che potrebbe dire lo stesso di te.


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kick-off meeting

il piano di lavoro è diviso in due parti, ognuna con tre diverse fasi. ora siamo nella fase uno. in questa fase elencheremo le attività delle prossime fasi, così che siamo tutti d'accordo su come si svolgerà il progetto. passiamo ora alla seconda fase. per prima cosa nella seconda fase rivediamo quello che abbiamo visto nella prima, dopodiché ci accerteremo che la fase due rispetti quanto previsto nella fase uno. possiamo ora passare alla fase tre.

è fantastico come gli inglesi riescano a parlare di otto ore di come faranno un lavoro che non hanno ancora idea di come fare, e a illustrare i fantastici risultati che otterranno, prima ancora di sapere quali saranno. certe volte adoro le cose fatte all'italiana.

post scriptum: questo è ovviamente un post del cazzo, giusto per andare a dormire con l'impressione di aver avuto qualcosa da dire. in realtà c'è qualcosa da qualche parte, ma è un po' come i contenuti delle presentazioni inglesi: se ne può parlare solo se non si è ancora capito di che cazzo si tratta.


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lunedì, 04 maggio 2009
regola di vita n. 51

se sei ospite, non prendere per il culo il padrone di casa.

e se non sei riuscito a trattenerti e ti becchi la giusta reazione, non andartene di soppiatto: consoliderai la figura di merda, e quelli che resteranno non parleranno d'altro.
lo vuoi un consiglio? una bottiglia di vino e una stretta di mano di scuse. poi siediti, taci, e ascolta.


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mercoledì, 29 aprile 2009
annunciaziò annunciaziò

e si ricomincia. dopo un anno e mezzo con qualche alto e qualche basso, tra pochi giorni mi si rilibera la stanza. quella sopra, con le finestre sul tetto e l'ingresso separato. quella col tetto spiovente di legno e l'armadio a specchio. quella con il cucinino elettrico e la lavatrice, unica condivisione. quella con la scala e la porta che comunica con la mia sala, perennemente chiusa. quella dove vorrei che nessuno fumasse o tenesse animali. quella comoda comoda con un sacco di parcheggio libero sotto casa e la metropolitana vicino vicino.
direi astenersi perditempo, ma evito così almeno faccio due chiacchiere con qualcuno.


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martedì, 28 aprile 2009
sul vuoto

lei ha le orecchie più belle del mondo, lui dice le stesse cose che dico io. ogni volta che parlo lei dice: l'hai già detto, oppure: lo so già. oppure: lo dice anche lui. allora taccio e ascolto. guardo le orecchie perfette e mi immergo nella storia disperata, di quelle che si possono solo invidiare, che non avrà mai una fine e non sarà lieta, ma è fine a sé stessa. ci sono storie che stanno in piedi da sole, senza bisogno di un epilogo. sono storie che generano invidia: l'invidia di non avere dentro quelle emozioni in prima persona, l'invidia di non soffrire, di dover vivere la vita raccontata da altri. un giorno toccherà a tutti, a turno. tutti in fila in attesa della propria emozione forte, di poter camminare sul filo sospeso sul baratro, di vivere la paura. perché il momento che l'acrobata ricorderà per sempre non è quando è arrivato dall'altra parte o quando è tornato indietro, ma quando era a metà del cavo.


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mercoledì, 22 aprile 2009
sintesi

dopo cinque parole mi distraggo.


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lunedì, 20 aprile 2009
pensierino della sera

ricordo che quando suo figlio era piccolo, per farlo addormentare il mio amico al gli faceva ricordare tutte le cose che aveva fatto durante il giorno, e gliele faceva mettere via. il bambino era contento, aveva una vita piena di emozioni e di ricordi, e si addormentava felice.
da un po' di sere quando vado a dormire guardo il letto, sfatto come l'ho lasciato alzandomi al mattino. guardo la cassettiera di fronte, coperta di stracci buttati lì, sporchi insieme a puliti. guardo i quadri appoggiati per terra, in attesa di trovare una collocazione nel salone. la tenda che pende storta, due gancini si sono staccati. si chiamano paperino, quei ganci. ogni sera li guardo e penso al loro nome. e penso che tutto quel verde è troppo ed è stata una cazzata, e mi accorgo che sono gli stessi pensieri del mattino, quando mi sono alzato voltando le spalle al letto. e non ricordo niente di quello che è successo, nel mezzo.


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domenica, 19 aprile 2009
morto scaccia morto

forse è un bene che le morti si concentrino, che chi se ne deve andare lo faccia in rapida successione. un morto è un po' come un chiodo, ne scaccia un altro. un unico lutto comune, una tristezza olistica... meglio riuscire a dividere il peso per pensare che il totale faccia un po' meno del tutto. e i morti alla fine si tengono per mano si ricordano l'un l'altro si dividono le lacrime come vecchi amici che si ritrovano dopo vent'anni. le lacrime che non hai versato per uno valgono per l'altro, senza fare conti. altri sono in arrivo, altre brutte notizie, anche peggiori. ci vuole forza anche per dirsi che ci vuole forza, dopo un fine settimana le parole di conforto sono vuote, bucce di limone spremute.
meglio che lasci due righe scritte da qualche parte, và. che non vorrei che poi la gente dicesse che mi sono lasciato cogliere impreparato.


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giovedì, 16 aprile 2009
quando si muore, si muore soli

cominciavo a pensare che fosse immortale, che la decadenza sarebbe durata all'infinito. mi stavo anche stufando di augurarmi/le/ci che non continuasse così a lungo. con quel misto di cinismo, disinteresse ed egoismo che fa da paravento ai sentimenti. e ora per fortuna che ci sono pratiche da fare, telefonate, persone da avvisare e tenere lontane, o da richiamare vicino. aiutano a innalzare puntellature psicologiche per prevenire crolli. già sapevo quale sarebbe stata la mia prima parola alla telefonata dell'annuncio della morte: arrivo. cos'altro puoi dire quando la aspetti da anni? e mi son trovato a consolare mia madre che non era lì, che mia nonna è morta sola.


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mercoledì, 15 aprile 2009
il paese della libertà

e così è finita e te ne vai. ricordi quando anni fa ti chiesi perché avevi scelto questo paese? un paese fascista, che tollera chi viene da fuori e lo dimentica e lo riduce a un fantasma. un paese dove ci si riempie la bocca con la parola libertà finché non diventa una cicca insapore, dove ogni anno devi dimostrare chi sei e aspettare un anno per avere un documento già scaduto, dove quando chiedi "cosa succederà ora che nasce mia figlia?" ti ridono in faccia. un paese dove puoi lavorare per anni senza un contratto, e quando vieni assunto ti fanno firmare una lettera di dimissioni in bianco. e anche se negli anni hai trovato un sacco di amici, anche se ci hai vissuto quasi la metà della tua vita, arriva un punto in cui non ce la fai più, e decidi di tornare indietro.

e non è la crisi, no. perché questa crisi ti fa ridere. crisi questa? no, la crisi è quando entri in un negozio per comprare da mangiare, e l'unica cosa che trovi è la senape. o la varechina. è quando vedi delle scarpe in un negozio e devi comprarle subito, perché se aspetti di ripassare al pomeriggio le troverai a un prezzo raddoppiato, o anche di più. crisi è quando il tuo stipendio mensile è quello che nel resto d'europa serve per comprare un hamburger, e ti va già di lusso. crisi è quando se siete in due e uno ha un pacchetto di sigarette, quello dice abbiamo un pacchetto di sigarette. al plurale, perché è l'unico modo per aiutarsi. e la sera ci si trova in terrazzo, con un cesto di ciliegie in grembo, a guardare i bombardamenti.
certo che ti aiuto. certo che verrò a trovarti. certo che sono dispiaciuto. e soprattutto mi vergogno per il fatto che tu sia costretto ad andartene.

u te giàscia u te spûa e u te remorde


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lunedì, 06 aprile 2009
egocentrismo cariato

forse perché è brava, forse perché è un'amica, forse perché non ne avevo mai avuto bisogno, o forse perché temevo che fosse molto peggio, ma questo ciclo di visite dalla dentista non mi è dispiaciuto affatto. vedere dal basso due donne chine a prendersi cura di me con estrema attenzione ha sedato per un po' il mio egocentrismo.


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giovedì, 02 aprile 2009
gli esami non finiscono

valutarsi e valutare, dare un giudizio, un peso, un voto. ma il voto di mezzo non è la mediocrità, e il pieno raggiungimento dell'obiettivo e delle aspettative, che merda. non mi bastava il mio, di giudizio. ci voleva anche quello del capo e del capodelcapo. come se non lo sapessero che faccio meno del lavoro che potrei, e più di quello che dovrei. ah, ecco, sì, grazie, pacca sulla spalla e vaffanculo. allroa facciamo un nuovo gioco: guardiamoci intorno e diamocelo tutti, un voto. difficile ma necessario non scadere nella spocchia, ma impossibile non notare la distanza, il lavoro svolto, il percorso seguito, la consapevolezza. e la strada da fare è tanta, ma è facile distinguere tra chi si è messo in cammino e chi è rimasto lì, fermo. chi si fa delle domande, si chiede dov'è, e chi non sa nemmeno che esiste la possibilità di farlo. così mi trovo ad ascoltare quelli che il massimo della discussione è chi vincerà icsfactor. mi guardo intorno e vedo solo sguardi spenti dal telecomando dell'abitudine, o che forse non si sono mai accesi.
bisogna mettere peso e poi toglierne, per poter passare dalla superficialità alla leggerezza.


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avviso ai naviganti

blog manifesto

non pensare di aver capito, perché hai capito male.
non mi chiedere spiegazioni, perché non te le darò.
se vuoi capire qualcosa su di te, fai pure. ma non troverai risposte, qui.
leggi in punta di piedi.

chiamo le cose con il loro nome e dico le parolacce.

non leggo e non linko su richiesta.

quello che ho imparato finora

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saranno famosi (ma non serviranno a nessuno)

paraurti posteriore

basta!

io non mi abituo!



resistenza laica

va di moda dirlo

questo blog non rappresenta un bel niente.

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