e invece non succede niente, anche a guardarsi intorno è tutto uguale. anche se si potesse misurare la trasparenza di uno sguardo, non si noterebbe nessuna differenza. a dimostrazione che col tempo le persone sviluppano la capacità di staccarsi dal proprio corpo ed essere altro da sé stessi. anche io. mi guardo da fuori - dov'è fuori da una persona? non è dietro, davanti, sopra o accanto. è solo fuori - sento le cose che dico e penso: non incrociare le gambe. non incrociare le braccia. guardala negli occhi. non guardarle le tette, anche se così grosse e scollate è dura, sono ovunque. lo fa apposta, è una trappola. come la leggenda della giacca. -prego, tolga pure la giacca -sì, grazie. -grazie, le faremo sapere. trac. trappola. che rumore fa una trappola quando scatta e ci rimani dentro? la trappola arriva dal largo, a grandi cerchi come le spirali delle zanzare nei giochi da bambini. zzzz...
- certo che io sono circondata dalle tue ex
zzzz...
- beh mica tanto. una.
- l'ho vista oggi. elegantissima.
zzzz...
- elegante non riesco proprio a immaginarla. se ne può dire tutto di bene, tranne che sia elegante. ora che ha il piercing sulla lingua come una ventenne, poi, è veramente volgare.
- ma dai? eppure è sempre elegantissima in ufficio, e il piercing non l'ho mai notato. e poi c'è l'altra...
zzzz...
- l'altra non è una ex.
- eh, vabbé, come se fosse. a proposito, non so se dirtelo o no...
- non dirmelo.
non dirmelo. cazzo, potevi evitare tutto quel giro per arrivare a lei. si vede che lavori in una rivista di gossip. potevi evitare di dirmi che muori dalla voglia di dirmelo, qualunque cosa sia. e invece io non lo voglio sapere. non voglio sapere se si è fatta bionda, se si è fidanzata, se è incinta, se si è sposata, se ha avuto otto gemelli, se si è amputata una gamba, se ha cambiato sesso, se è morta. non mi pare difficile da capire. che se alzi una crosta per vedere se sotto si è rimarginato, la fai sanguinare di nuovo. e poi mi devo leccare le ferite con l'alcool per tutta la sera, finché non crollo inutilmente, che alle tre l'alcool ti sveglia e sono cazzi, con questo caldo.
e invece è inutile parlare a vanvera, solo per vedere di nascosto l'effetto che fa. bisognerebbe parlare solo quando si ha qualcosa da dire, quando si è imparato qualcosa e lo si vuole rendere vero con le parole. bisognerebbe postare solo quando si è capito. risolto. chiuso. un gradino in più, non in meno. altrimenti è solo un post inutile, come questo.
sono solo due i funerali a cui ho pianto. non quelli di mio padre, non quelli dei miei nonni. quelli dei genitori del mio migliore amico. eufemismo per dire che è l'unica persona di cui mi senta amico davvero. il funerale è l'unico rito religioso per cui io senta rispetto. non serve a niente ai morti, ma ai vivi fa un gran bene. serve a dirsi che si ha in comune qualcuno che ci mancherà. serve a dirsi che ci si vuole bene, che si è lì a sostenersi a vicenda. serve a pensare, e non necessariamente alla morte o alla religione. e non importa se la religione è la tua, o se non ne hai. è una questione di rispetto: a un funerale cattolico ti fai il segno della croce anche se sei ateo, a un funerale civile non preghi nemmeno se sei religioso. a un funerale ebraico ti metti la kippah. perché non sei lì a sostenere le tue idee, ma quelle delle persone per cui ci sei andato.
io sono quello che sa tutto di voi. so come vi vestite. so cosa leggete. so come spendete i vostri soldi. che poi, vostri... sarà solo il solito fuoco di paglia, ma in futuro potrei arrivare a sapere anche altro, di voi. so quanto guadagnate. so chi siete. io sono quello che sa tutto di voi. ora si tratta solo di scegliere se è meglio fottere la gente dalla parte del portafoglio o dalla parte del cervello. e forse è la stessa cosa, perché chi ha cervello non si fa fottere il portafoglio, e chi ha portafoglio non glie ne frega niente se gli fottono il cervello. siete una generazione di fottuti, comunque. gente senza azione, solo di parole. parole tante, parole belle, parole sante, ma sempre parole. e con le parole si riempiono i blog, non la pancia e nemmeno il portafogli.
non è sempre stato così. la generazione prima di me aveva fiumi di parole, ma le sapeva trasformare in azioni. veniva da genitori che non avevano avuto né le une né le altre. si erano fatti da soli i giocattoli e le palle, avevano approfittato del nulla che avevano, per fare qualcosa. con risultati nulli, discutibili o inutili, ma l'ha fatto. ci hanno provato, si dice. sia onore al merito. la mia generazione ha approfittato di quell'energia in un crescendo disatteso di opportunità. siamo parassiti benestanti, non abbiamo bisogno di lottare perché non abbiamo nessuno contro cui farlo. ma abbiamo avuto un'infanzia ancora felice, con stimoli nostri, con il pallone in strada e le sfilate in maschera, le gare sulla spiaggia. ci siamo costruiti ricordi ed emozioni nostre. non inoculate da un tubo catodico che non aveva un vuoto da riempire, ma colorava di bianco e nero i contorni che ci tracciavamo da soli.
l'astronave da trecento punti di space invaders - enrico berlinguer alla tv - le vittorie olimpiche di alberto juantoreña in nome della rivoluzione cubana - i sandinisti al potere in nicaragua - il catechista che votava pannella - gli amici del campetto passati dalle marlboro direttamente all'eroina alla faccia delle droghe leggere - i fumetti di zora la vampira porno e la prinz senza ritorno - il referendum sul divorzio e non capivamo perché se vinceva il no il divorzio c'era e se vinceva il si non c'era
ora il led colora sogni ed ambizioni. avete una vita di merda. comprate inutilità a rate perché è di inutilità che avete bisogno, ve la lasciate mettere dentro in ogni momento libero della giornata, quando spegnete il neurone lasciandolo in mano al grande fratello. nascondete la mancanza di prospettive sotto le gonne delle ballerine, sperando un giorno di averne una anche voi, o peggio, di esserlo. siete pronti a non essere niente per non accorgervi di non avere niente, per non assumervi la responsabilità di reagire. siete fottuti e non lo sapete. e quelli di voi che lo sanno non possono fare niente. solo parlare. siete solo una massa di individui, singoli, inutili a sé stessi. fottervi il cervello o il portafoglio, sarà uguale.
la classe di lotta è morta.
ci vogliono lenti per correre avanti
ci fanno ascoltare i loro cantanti
quanti scrupoli ci si possono fare per lavoro? quanto è possibile rinnegare le proprie convinzioni per avere una pagnotta a fine mese? quando è il momento di dire basta, io lì non sono disposto a lavorare, va contro i miei principi etici? quanto vale la rata del mutuo, oltre ai soldi?
intanto vado a sentire. i soldi fanno cambiare idea facilmente, e non è detto che ora non sia peggio.
ci sono persone che si dimenticano in un attimo e non tornano più. poi passano anni, e basta un profilo, un suono, magari solo un colore, e tornano alla memoria solo con piccoli particolari, inutili. nemmeno messi insieme fanno un'emozione. magari fastidiosi, come un'ammaccatura sul parafango sinistro contro un muro, all'uscita della curva della morte.
ci sono persone che non si dimenticano mai. basta un odore, sempre quello da quando - ti ricordi - venezia, la piscina di corso sempione, il parco di notte, l'ultimo banco in classe, il testo di romeo and juliet, un mercoledì da leoni al cinema sempione, la gamba ingessata, il bracciale di cuoio, la fiesta blu, il profumo sempre quello. ucciderei chi lo usa ancora, in metropolitana. e tornerei a ripetermi che no, non ricordo. non ricordo.
mentre stai pisciando in piedi, evita di starnutire.
lavora, s. cazzo se lavora. ha lasciato una figlia di dodici anni a casa, per lavorare. la vede a natale, quando investe il guadagno di due mesi per comprare tre biglietti d'aereo: uno per andare, uno per tornare, e uno per dimostrare che dopo tre mesi torna a casa sua. poi lo butta. butta anche il passaporto, altrimenti al controllo si accorgono che si è fermata di più dei tre mesi del permesso turistico, e la mandano indietro. così ogni volta ha un passaporto nuovo, pulito.
lavora tanto, s., e lavora bene. è una persona di cui mi fido, ciecamente. dopo tanti anni ormai le voglio bene, e credo che lei ne voglia a me. mi sorride e scuote la testa per la mia pigrizia, quando facciamo colazione insieme e vede tutto quello che lascio in giro per casa. poi mi dice, sempre con la stessa dolcezza come se fosse la prima volta, che dovrei occuparmi di più di casa mia, trovare una donna per cui farlo. ci rimane male ogni volta che mi lascio finire una storia tra le mani.
lavora sempre, s., lavora tutto il giorno, tutti i giorni. passerà l'estate lavorando dalle otto del mattino alle dieci di sera, facendo la mamma al posto di una mamma che non vuole esserlo, nemmeno in vacanza. tutti i giorni, quattordici ore. e non ditemi che è vacanza. basterebbe che quella mamma si degnasse di ammetterlo, che s. lavora per lei. basterebbero ventiquattro ore alla settimana, lei le fa in meno di due giorni. però non lo può dimostrare, perché s. non esiste.
s. mi ha chiesto di aiutarla, mi sono informato. quella donna per cui lavora quattordici ore al giorno dovrebbe dichiarare che ne lavora almeno ventiquattro alla settimana, che le garantisce un alloggio, che le paga il rientro a casa se perde il lavoro, che le paga i contributi. garantire per lei in tutto e per tutto. ma non lo fa. e allora s. non esiste. niente lavoro. niente documenti. niente permesso di soggiorno. niente. ufficialmente, s. non fa nulla. e chi vive senza lavorare, per chi si tappa gli occhi, ruba.
questa mattina in metropolitana c'era la polizia. questa volta senza nemmeno i controllori, senza fingere di fare un controllo dei biglietti. avere il biglietto non basta nemmeno più, ora chiedono direttamente il permesso di soggiorno, basta avere la pelle scura, e ti chiedono i documenti. io mi vergogno della mia pelle che si scurisce solo in vacanza, passo, li guardo, i poliziotti mi guardano senza espressione. i fermati consegnano i documenti, anche quelli che li hanno, con la mano che trema. io penso a s., e ho paura.
ecco, a me che b3r7u5con1 vada in galera non me ne frega poi così tanto, l'importante è che non faccia danni giocando al piccolo primo ministro. non sarebbe meglio dargli l'impunità totale a patto che si levi dai coglioni?
ti ha mai detto nessuno che un dio dovrebbe essere più bello?
non mi aspettavo niente, non ho ottenuto niente. quindi, è un successo. non sei in ansia? no, per niente. il modo migliore per essere soddisfatti di sé stessi è prendere quello che viene senza ansia di realizzarsi. non me ne frega niente della carriera, sono contento delle cose che ho fatto e di quelle che ho sbagliato a non fare, e anche degli errori che devo ancora commettere, tié. mi dice ma io non mi sento ancora pronto. io non sono mai stato pronto, e non ho intenzione di esserlo adesso. mi dice perché tu non ti sei realizzato pienamente. primo: mavaffanculo. secondo: se mi fossi realizzato potrei anche seppellirmi oggi, il resto della mia vita sarebbe inutile. terzo: non ho nessun bisogno di realizzarmi, sto bene così, grazie. se vuoi salire sul treno, il predellino è lì, appena sotto i miei quarant'anni nuovi di pacca.
con tutta questa pioggia l'erba è cresciuta più di quanto speravo, e con lei le erbacce. s. se ne è andata da meno di un'ora e la casa è già un casino, come se non fosse mai venuta. piove, anzi no, diluvia. di sopra litigano, lei piange. tra un po' sentirò piangere anche lui - mi mettono a disagio gli uomini che piangono se non sono io - poi cominceranno a trombare, come al solito. c'è un senso di inutile sicurezza nel tornare e vedere che nulla è cambiato, non sono nemmeno cambiato io, a parte l'abbronzatura ridicola e il culo sodo; tutte cose che passano.
la mia erba è oggettivamente più verde di quella del vicino.
c'e' qualcosa di malato, in questo cordone ombelicale elettronico. devo ritrovare la liberta' di fare le cose per me, non per avere l'ansia di mandare un messaggio a qualcuno per raccontarle. non sono meno solo se ho un cellulare con me. sono solo perche' sono senza me stesso.
un viaggio è quella cosa che da quando si decide di farla a quando si inizia, deve passare il minor tempo possibile. ogni minuto in più è una possibilità di ripensamento. è un eccesso di preparazione, e la preparazione porta certezze. e le certezze sono vincoli. io invece non so dove dormirò domani sera, e ho un'idea di massima di dove sarò nelle prossime due settimane. potrei anche decidere di andare dall'altra parte, risalire i fiumi invece di scenderli, come quei cretini di salmoni.
ovviamente non so se, come, dove e quando avrò voglia e modo di scrivere qualcosa su questo blog. gli aggiornamenti sul viaggio invece, internet point permettendo, saranno qui.
non parlarmi di un viaggio che poi non farai
ho ricevuto una lettera dal comune.
era firmata pillitteri. per un attimo ho temuto di aver sbagliato secolo.
poi ho guardato meglio, ho scoperto che esiste un assessorato alla semplificazione.
l'ho semplicemente cestinata.
pare che andare a fare un viaggio da solo sia un'avventura inconcepibile, assurda, forse anche stupida. evidentemente lo sono anche io, soprattutto stupido. ma vabbè.
pedalare da solo per me è una necessità e un piacere. pedalare in due è un lusso che si possono permettere solo coppie molto affiatate: andare a un'andatura diversa dalla propria ideale è faticoso, anche se è più lenta. l'ora ideale per partire, le soste, la voglia di fermarsi a vedere qualcosa, rallentare o ripartire, sono parti di un affiatamento che è perfetto solo con sé stessi, o poco più. c'è stata solo una persona con cui riuscivo a pedalare bene come da solo, e abbiamo smesso di pedalare insieme sette anni fa.
ora non ne sono più capace. non so stare affiancato a una persona abbastanza a lungo per respirare insieme. per non avere nessuna tensione, nessuna paura. ora non solo pedalo meglio da solo, ma quella in bici è l'unica vacanza che possa concepire in solitudine. mi fa stare bene. mi fa staccare il pensiero, che si concentra sul respiro, sul cuore, sui muscoli, i tendini, i polsi la fame i crampi la stanchezza la gioia di farcela.
non rovinatemelo dicendo che non dovrei farlo da solo.
chi non ha paura di amare, ama una volta sola (cit).
emma parla di tutto: di nucleare, sindacati, kyoto, riforme, politica, fisco, lavoro, ancora sindacati, donne, giovani.
e i morti sul lavoro?
ho scoperto di essere una persona 2.0. a parte la prima voce, è tutto esatto. non ho ancora capito se è un bene o un male, ma probabilmente, in quanto persona 2.0, non me ne frega niente di saperlo.
(quanto detesto i blog che non si possono commentare)
se non lo fossi, avrei postato questa foto con sotto la battuta: - ma per essere fatto santo uno non deve essere morto? - appunto.
invece non ho avuto il coraggio di farlo.
ci sono storie che non si possono raccontare, nemmeno volendolo. sono le storie di cui si ha bisogno di liberarsi, parassiti che tengono in vita una coscienza appena sufficiente ad esistere per sé stessa. sono le storie che cambiano ogni volta che ce le si raccontano. sempre dentro, sempre in silenzio. e ogni volta si passa dalla ragione al torto, dal bene al male, dalla giustificazione alla follia. sono quelle storie che restano dentro a rodere come il male dei platani, che tanto crescono sotto la corteccia, ma dentro sono cavi. e ogni volta che ci ripensi, davanti hai occhi diversi, sorrisi con gli angoli della bocca all'ingiù, occhi pieni di vita marcati da occhiaie profonde, corpi che ormai non riconosci più. persone a cui vorresti raccontare le tue storie, ma non ci sono storie che si possano raccontare.
il famoso scrittore dice che il miglior libro che abbia mai scritto è quello che ha appena scritto, anzi, il prossimo che scriverà. encomiabile. un filosofo. lui fa lo scrittore, si definisce romanziere. io faccio l'impiegato, e non mi voglio definire per il lavoro che faccio. perché dopotutto siamo tutti puttane, noialtri del ventisette del mese. ci facciamo dare dei soldi per fare qualcosa che altrimenti non faremmo. sì ok, professionismo eccetera lo faccio al mio meglio ma chissenefrega, non è questo il punto. il punto è che è la mia vita che conta, non il mio lavoro. e ancora non so capire se quella veramente la faccio al meglio. è davvero questo il massimo che so fare? per me, almeno per me, è perfetta come quel libro pronto per andare in stampa? ho davvero fatto tutto quanto in mio potere per poter dire, alla sera: ecco, per quanto potessi fare, questa giornata non poteva essere meglio. quindi, è perfetta.
solo che lui gioca con le parole e io non ne sono capace, lui sbaglia i tempi facendolo apposta, ma lo fa solo nei libri. io lo faccio mio malgrado, ma lo faccio davvero.
ecco, ci vorrebbe un obiettivo. non come diceva dario (o era federico? da rivedere), che uno correcorrecorre, poi si volta indietro e si chiede perché l'ha fatto. no, proprio mentre si corre ci vuole un obiettivo. perché non ho nessuna voglia di mettermi a correre alle due di notte per milano... senza le clark. voglio dire: uno che pedala, sa che ogni pedalata lo porterà più vicino alla fine della salita, e che dopo ci sarà la ricompensa della discesa. uno che mette da parte dei soldi per comprarsi qualcosa, sa che alla fine... ma che dico, ormai tutti si indebitano fino al collo per non avere un obiettivo da raggiungere, ma solo la gratificazione illusoria di averlo già raggiunto.
devi trovare nuovi stimoli, dicono. sì. c'è gente che segue corsi particolarissimi per imparare queste tecniche... ma và. alla fine è tutto un arrabattarsi e rincorrersi da soli per avere qualcosa! per arrivare da qualche parte! anche solo per sapere che in fondo c'è qualcosa per cui ne sia valsa la pena!
e se non si trova, quell'obiettivo? se manca lo stimolo, si può ancora muovere il culo come una ballerina di lapdance? io dico di no.
è solo inerzia. e a meno che non sia nel vuoto siderale, prima o poi la spinta si esaurisce.
lo so che è una famiglia disastrata, con un padre dipartito anzitempo e una madre inutile che non ha mai saputo esserlo. sensi di colpa come se piovessero, incapacità e confini insuperabili. l'unica cosa buona che ne è uscita è che siamo in due. forse sarà anche l'ultimo fine settimana in cui ci è stato concesso di stare insieme e da soli, ma ne è valsi cento.
mi ha fatto bene.
poi d'improvviso, tac!: tutto.
mesi di nulla, di attesa che accadesse qualcosa, poi quel granulo infinitesimo di embrione di universo, tutto l'infinito concentrato e compresso in un punto senza dimensioni né tempo - così senza tempo da aver fatto dell'attesa la sua stessa ragione d'essere - si sgancia, smette di aspettare l'esplosione, ed esplode.
che poi anche la creazione di galassie, stelle, pianeti e parameci è un caso, lo sa anche il papa. e lo so anche io. come so che non è un caso che mi stia entusiasmando alla semplice idea di un viaggio, all'acquisto di una bici nuova (cazzo sono davvero un bambino), all'idea di cominciare a far vivere la casa, a smettere di aspettare. anche i fiori nelle a-e-i-o-u-ole sono sbocciati tutti insieme facendo la ola. quello che veramente è un caso è che proprio ora mi sia dovuto mettere a scrivere la mia prima lettera di presentazione, aggiornare il cv (aggiornamento del cazzo, è fermo da quattro anni, il bastardo), e mandarlo su richiesta! idem per questo entusiasmo che mi ha preso. non so di che si tratta, non so nemmeno in quale parte di mondo, ma cazzo, vuoi stare a vedere come finisce il film?
ecco, l'ho fatto.
dopo aver deciso di fare un altro viaggio in bici, e di farlo bello tosto, ho aperto un altro blog. è nato per salvare da qualche parte gli itinerari di gùglmapps, che nella mia ignoranza non sono riuscito a salvare, poi già che c'ero ho cominciato a metterci tutto il resto: allenamenti, appunti in preparazione del viaggio... non è escluso che rimanga come il mio blog alla luce del sole, dove io sono io, e non oltranzista.
la stupidità è un lusso riservato alle persone intelligenti.
credo che diventerò berlusconiano, così posso dire che c'è qualcosa che mi sta andando bene.
ha chiamato godot, ha detto di non aspettarlo, che tanto non arriva.
undici solitudini che potrebbero essere anche dodici, se includi la collega depressa, sola, abbandonata anche da sé stessa. quella che se le chiedi di fare qualcosa di semplice riesce a complicarlo fino a produrre qualcosa di totalmente inutile. quella che si lamenta di avere poco da fare, e quando le aggiungi un lavoretto entra in crisi perché iononsonomicaquiagirareipollici. una vita agghiacciante. poi a pensarci cosa c'è di tanto diverso, solo per solo, sono solo anche io, allo stesso modo. con tentativi di fidanzate falliti a raffica negli ultimi anni, tanto che nemmeno li racconto più ai pochi amici che mi sono rimasti. quelli con cui ogni tanto ci si manda un messaggio sul tono del mi manchi, ma poi non si ha la forza di fare qualcosa per mancarsi di meno. è un percorso a ostacoli tra rimorsi, rimpianti e fallimenti. una dimensione parallela fatta di memoria, ed è quello che mi frega, sempre. perché il mio non avere memoria è un non sentire quello che non è importante, dando importanza ai fatti sbagliati e modificando i ricordi peggio di un mafioso di governo. e se davvero non avessi memoria, per nulla, allora sarebbe tutto più facile. potrei ricommettere all'infinito sempre gli stessi errori fino a farli diventare una scelta giusta, per caso. potrei commuovermi ad ogni passo, adorerei ogni filo d'erba perché sarebbe il primo che vedo, avendo dimenticato tutti quelli precedenti.
invece poi resta tutto qui dentro, in un blog inutile, che di diverso da un diario ha solo che le lacrime, sulla tastiera, non sbavano.
per un elenco di cose che avrei voluto/vorrrei/son contento di aver fatto prima dei quarant'anni:
- andare alla manifestazione del venticinque aprile
- studiare il testo dell'internazionale socialista
- andare a letto con una appena conosciuta
- mangiare le lumache
- fare sesso anale
- avere paura
- commettere un errore che rifarei in eterno
- comprare una bici nuova
- fumare una canna
- usare un estrattore
- fare il saluto al sole
- lavare i maglioni
- toccare le tette finte
- leggere la costituzione
- dresda-praga-vienna-bratislava-budapest-zagabria-lubiana-trieste in bicicletta
se vivi aspettando che qualcun altro agisca al posto tuo, considera l'eventualità che non faccia quello che vorresti tu.